Sarawak: due notti con l’ex tribù dei tagliatori di teste

tagliatori di teste

In quest’articolo ti racconto una mia avventura personale nella giungla del Sarawak, uno degli stati del Borneo malese, che si distingue nettamente dalla Malesia “continentale”.

Ho trascorso due notti nella Nanga Ukom Longhouse, tra vita semplice, tradizioni Iban e storie di antichi tagliatori di teste. Anche se per poco tempo, mi hanno insegnato cosa significa vivere lontano dal mondo moderno e completamente immersi nella foresta pluviale senza comfort.
Raggiungere la Longhouse infatti non è semplice: servono circa sei ore di viaggio da Kuching, la capitale del Sarawak, seguite da un’ora di kayak nel Parco Nazionale Batang Ai. Il percorso è lungo, ma l’arrivo ripaga di ogni fatica.
È un luogo completamente immerso nel verde, isolato e lontano da qualsiasi comfort moderno, ideale per chi vuole staccare dalla vita frenetica della città.

Porticciolo Nanga Ukom

Appena arrivati nella longhouse, una delle prime regole è togliersi le scarpe. Tutti, abitanti e ospiti, camminano scalzi sul pavimento di legno.

È un gesto semplice ma significativo: un segno di rispetto verso la casa e verso la comunità che ti accoglie.
Qui la vita scorre lentamente. L’elettricità è disponibile solo per un paio d’ore al giorno, non c’è internet e non esiste un frigorifero per conservare gli alimenti. Le case sono costruite in legno con tetti in lamiera, su palafitte, e si sviluppano orizzontalmente: una lunga struttura che ospita diverse famiglie, ognuna con il proprio spazio, ma unite sotto lo stesso tetto.

Longhouse vista dall’esterno

La Nanga Ukom Longhouse è anche una sorta di alloggio per turisti, ma senza i comfort di un hotel.
I letti sono semplici materassi appoggiati a terra, coperti da una zanzariera che di notte diventa indispensabile, l’alloggio è condiviso con più turisti così come negli ostelli. Il bagno è spartano, senza acqua calda, e popolato da insetti di ogni tipo. All’inizio può sembrare scomodo, ma dopo qualche ora ci si abitua e si impara ad apprezzare la semplicità di questo stile di vita.

La cerimonia di benvenuto nella longhouse

Quando arrivano i visitatori, gli abitanti organizzano una piccola cerimonia di benvenuto. Indossano abiti tradizionali, ballano e suonano strumenti locali. Anche se oggi fa parte dell’esperienza turistica, si percepisce l’autenticità e l’orgoglio con cui gli Iban portano avanti le loro tradizioni.

Durante il mio soggiorno ho partecipato anche a un’escursione nella foresta pluviale antistante la Longhouse. La camminata dura circa un’ora e mezza, si è conclusa vicino a un piccolo fiume e a una cascata, dove abbiamo pranzato insieme. Il pranzo era semplice ma speciale: con un piccolo falò si cucinava pollo e pesce, i piatti erano poggiati su una pedana in legno ed i piattini erano foglie, e si mangiava con le mani o con stuzzicadenti. Niente posate, solo cibo fresco e genuino.


Tra i piatti che ho provato, le felci sono state la vera scoperta. Raccolgono solo le foglie più giovani, tenere e il sapore è simile agli spinaci. In Europa o nel resto del mondo occidentale non esiste mangiare felci, nonostante siano presenti in abbondanza. Sono state cucinate in modo semplice, ma davvero buone.
Il cibo qui è parte integrante della cultura: viene condiviso, preparato con ingredienti locali e servito con rispetto per la natura. È un modo di mangiare che ti riporta all’essenziale.

La cultura del tatuaggio tra gli Iban

Per gli Iban del Sarawak, il tatuaggio è molto più di una decorazione o fattore estetico: rappresenta coraggio, identità e protezione spirituale.
Gli uomini si tatuavano dopo imprese di caccia o di guerra, come segno di valore e status.

I disegni sono ispirati alla natura — felci, animali, motivi geometrici — e ogni simbolo ha un significato preciso. Il più famoso è il fiore di felce (bunga terung), che indica l’ingresso nell’età adulta.

Ancora oggi, infatti, i tatuaggi tradizionali sopravvivono come forma di orgoglio culturale e memoria di un passato antico, visibile ancora sulla pelle degli anziani Iban.

Gli Iban e il loro passato da tagliatori di teste

Gli Iban, inoltre, sono conosciuti anche per il loro passato da tagliatori di teste. Molto tempo fa, la decapitazione faceva parte della loro cultura e delle guerre tribali. Le teste dei nemici erano considerate trofei, simboli di forza, coraggio e protezione per la comunità.
Oggi questa pratica è solo un ricordo del passato, ma rimane una parte importante della loro storia e identità. Gli Iban sono oggi una popolazione accogliente e pacifica, che vive di pesca, caccia e turismo sostenibile.

Vivere (anche solo per poco) come gli Iban

Le due notti passate nella longhouse sono state intense. Dormire con i suoni della foresta per poi addormentarmi circondata dalle lucciole, lavarmi con l’acqua fredda, condividere i pasti e alloggio con la comunità, mi ha fatto capire quanto poco serva, a volte, per sentirsi davvero connessi a un luogo.
Non è stato un viaggio comodo, ma è stato reale.
Un’esperienza autentica, lontana dal turismo di massa, che ti permette di conoscere da vicino una delle culture più affascinanti del Borneo.

Stanza condivisa nella longhouse

Consigli di viaggio per Batang Ai

  • Porta con te repellente per insetti, crema solare, cappellino, torcia e powerbank: l’elettricità è disponibile solo per poche ore.
  • Porta con te l’essenziale, perché sul kayak non c’è spazio per una valigia grande.
  • Prepara una borsa impermeabile per il tragitto in kayak.
  • Ricorda che nella longhouse si cammina scalzi, quindi indossa sandali o scarpe facili da togliere, scarpe da trekking per la foresta.
  • Rispetta le usanze locali e partecipa con curiosità: ogni gesto, anche il più semplice, ha un significato.

Perché visitare la Nanga Ukom Longhouse

Se ami i luoghi autentici, selvaggi e ancora poco turistici, una visita alla Nanga Ukom Longhouse è un’esperienza da non perdere.
Ti permette di connetterti con una realtà che nemmeno immagini, che, pur vivendo nel presente, conserva con orgoglio la memoria di un passato antico e misterioso.

Prima di andare via, il capo del villaggio ci ha mostrato come usare la cerbottana, uno strumento tradizionale di caccia. Un tempo veniva impiegata anche in battaglia: all’interno della canna si inserisce una piccola freccia imbevuta di veleno, capace di immobilizzare o uccidere la preda.
Oggi è solo una dimostrazione culturale, ma ascoltare la sua spiegazione e provarla di persona è stato un momento unico, che ha reso ancora più vivido il legame tra passato e presente.

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